sabato 14 dicembre 2013

ALESSANDRO MANZONI E PIERO CHIARA ovvero ADDIO MONTI (DI VENERE)





I PROMESSI SPOSI DI PIERO CHIARA
Milano, Mondadori, 1a ed., collana Passepartout, 1996.

 
La prima parte di questo post si trova qui (clic).

L’obiettivo di Piero Chiara, quando scrive la sceneggiatura dei Promessi sposi, è quello di mostrare la realtà vera, non quella filtrata – leggi deformata – dal pudico cattolicesimo dell’autore. E così i personaggi rivelano i loro vizi nascosti dietro una facciata di perbenismo. Nascosti? In realtà tutti sanno tutto, come succede sempre in paese. Mi riferisco ai personaggi più o meno buoni, perché, ovviamente, Don Rodrigo non ha bisogno di nascondere niente:

– Don Abbondio presta soldi a usura ed è abituale frequentatore della mensa di Don Rodrigo, del quale non disdegna le regalie;
– Perpetua è tutt’altro che brutta, sta al servizio di Don Abbondio anche se non ha neppure quarant’anni, come è prescritto dai Sinodi Diocesani (Fra Cristoforo), ed è la sua amante;
– Lucia, ragazza molto chiacchierata e dalle forme esuberanti, se la fa di nascosto con Don Rodrigo e – udite udite! – con fra Cristoforo, ci prova con l’Innominato, ed è rassegnata a sposare quel tanghero di Renzo perché – come le dice fra Cristoforo – un San Giuseppe ci vuole; finisce con lo sposare Don Ferrante rimasto vedovo, dandogli un figlio chiamato lui pure Cristoforo (dunque figlio del frate? Il dubbio rimane);
– Agnese approva le relazione clandestine di Lucia, per motivi venali: per lei vanno ugualmente bene O i marenghi [di Don Rodrigo] o la protezione del convento... che in fondo vale come i marenghi, perché ci si mangia e ci si beve;
– Renzo, giovanotto dall’aria lievemente intronata, durante la rivolta del pane non si fa scrupoli a rubare un sacchetto di monete e a passare la notte con una prostituta; con Lucia ci prova, ma quando gli [sic] infila una mano nel seno [Lucia] gli dà una botta sul braccio (perché Lucia ci sta con tutti, ma, da ragazza seria, non col futuro marito!);
– Fra Cristoforo, prima di farsi frate, ha ucciso un uomo, ma per una questione di donne, non certo di precedenza;
– la Monaca di Monza continua la sua relazione illecita senza rimorsi o tormenti, con la connivenza di alcune sue consorelle, e manifesta pure tendenze lesbiche: ([Vedendo Lucia] [...] Le si accosta, le fa una leggera carezza sul volto, poi sfiorandole con le dita un seno, le sussurra con aria equivoca) Quanto sei bella! Sfido io, che tutti ti vogliono;
– l’Innominato non si converte e non libera Lucia per intima convinzione, ma per fare di necessità virtù: non riuscendo a possedere la disponibile Lucia, a causa della sua impotenza, decide di trarre partito dalla sua irrimediabile vecchiaia convertendosi e consegnandola al Cardinale Federico Borromeo.

Lo spunto di partenza – mi sembra indubitabile – viene dai Promessi sposi di Guido da Verona (di cui parlo qui e qui). Ma la sceneggiatura di Chiara (perché non di romanzo, ma di sceneggiatura si tratta, per un film che non si fece mai), al contrario del romanzo daveroniano, non è una parodia: il registro narrativo è quello realistico, tipico di Chiara, e perciò mancano le trovate surreali e i giochi di parole tipici di Guido Da Verona.

Di giochi di parole ne infatti ho trovati solo tre:
– uno chiaramente voluto:
Fra Cristoforo: In quanto a te, Renzo, se ti avessero trovato, ti avrebbero fatto un tal soprabito di botte da restar sciancrato per tutta la vita. (pag. 93) dove si gioca sull’affinità sciancato/sciancrato (restringimento dell’abito in vita);
– uno probabilmente involontario:
Fra Cristoforo (al servo di Don Rodrigo che si offre di fare la spia, e che non è certo un “bravo”): Bravo, non mancate di venir domani. (pag. 75);
– e un’allusione a Carosello (Il signore sì che se ne intende!, diceva il cameriere al cliente che ordinava un brandy Stock 84):
Don Rodrigo (riferendosi a fra Cristoforo): Il padre sì che se ne intende! (pag. 67);

Chiara non ama giocare con le parole, ma è uno degli scrittori italiani più attenti alla scelta dei nomi propri. Insoddisfatto delle scelte manzoniane, muta perciò quelli dei personaggi, rendendoli più tipicamente lombardi:
– Renzo Tramaglino (quel cognome con finale in o non è lombardo, ma ligure o piemontese, P. Ch.) diventa un lombardissimo Renzo Brambilla;
– Lucia Mondella (= castagna arrostita) diventa una più perspicua, per il pubblico italiano non lombardo, Lucia Castagna;
– L’Azzeccagarbugli perde il suo soprannome per diventare il dottor Gilardoni, ma gli viene affiancato un altro avvocato, il dottor Rusconi, che porta un soprannome ben più imbarazzante: il Rugamerda (= rimesta merda);
– infine, la serva di Don Rodrigo viene chiamata Bernarda, per poter creare una battuta a doppio senso che alluda all’ossessione erotica del padrone:
Don Rodrigo: Bernarda, Bernarda, ma dov’è la Bernarda? (pag. 106).
Con Don Rodrigo, poveretto, Chiara si diverte proprio, perché gli affibbia il cognome di Sandoval y Royas. Ora, in Spagna il secondo cognome è, tuttora e per i nobili come per la gente comune, quello della madre; ma la roia, in Lombardia come in Veneto, è quell’essere che perde la “T” ma non il vizio: sempre troia rimane. Dunque Don Rodrigo è, anche anagraficamente, un figlio di puttana.
La prostituta con cui Renzo giace a Milano si chiama la Schiscianûs (= schiaccianoci): perché è una rompiballe o, più probabilmente, perché i testicoli del cliente, con quel che avanza, li prende nella morsa delle gambe?
Lo scrupolo di realismo si estende alle figure ispirate a persone realmente esistite, che riacquistano il loro vero nome:
– Gertrude, la Monaca di Monza, ritorna (con una imprecisione) Virginia De Leyda (nome esatto: Suor Virginia Maria, al secolo Marianna de Leyva y Marino) e il suo amante Egidio ridiventa il Conte Giampaolo Osio;
– l’Innominato viene finalmente nominato riacquistando il suo (probabile) nome: è Bernardino Visconti (un antenato del Manzoni, per parte di madre: capito perché non lo voleva nominare?).

L’ossessione di tutti è il sesso. E se nella storia i giochi di parole latitano, i doppi sensi invece non mancano certo. Oltre al già citato:
– Don Rodrigo: Bernarda, Bernarda, ma dov’è la Bernarda? (pag. 106);
troviamo:
– Fra Cristoforo: Noi cappuccini siam come il mare, che entra in tutti i buchi... (pag. 36)
– Fra Cristoforo incontra Lucia sotto gli occhi di una statua di San Giuseppe colla verga fiorita. (pag. 38)
– Dottor Gilardoni: Ma io credo che [fra Cristoforo] abbia voluto cavarsi dall’impiccio di proferire una sentenza che in cuor suo forse, da quel conoscitore... del Tasso che dev’essere, aveva gà dato da un bel pezzo. (pag. 69) (Un’esitazione che fa supporre che stesse per dire conoscitore del c...)
– Fra Cristoforo: Povero Renzo! Credi pure, che io so mettermi nei tuoi panni... (pag. 76)
– La Schiscianûs (agli sbirri che la palpano e le scostano la vestaglia): Ohé! Giò le man dal banc! (pag. 134)
– Lucia, al bravo che le guarda sfacciatamente nella scollatura: Cosa c’è da guardare?
Bravo: Ce ne sarebbe, da guardare! (pag. 170)

Perfino quando si discute di letteratura il discorso cade sul sesso: quando fra Cristoforo arriva al palazzo di Don Rodrigo, gli amici a pranzo stanno discutendo se i versi della Gerusalemme Liberata

Una intanto drizzossi e le mammelle,
e tutto ciò che più la vista alletti,
mostrò dal seno in suso aperto al cielo,
e ‘l lago a l’altre membra era un bel velo.

E dolce di battaglia il letto
siavi, e l’erbetta morbida de’ prati.

dimostrino che il Tasso delle donne aveva esperienza, o se invece era un inconcludente, un mollaccione, che le mani sulla polpa non le mette mai. (pag. 66)

Il manzoniano, celeberrimo Addio monti, di Lucia al momento di imbarcarsi per lasciare il paese natio, viene sostituito da uno sconsolato addio ai “sogni di gloria” che Renzo confida al suo arnese mentre, prima di imbarcarsi, sta facendo la pipì:

Renzo, quando si accorge che le due donne stanno liberandosi [dalla pipì] , si avvia anche lui al tronco di un salice poco lontano e a sua volta dà libero sfogo al troppo pieno della sua vescica. Durante l’operazione guarda in basso e rivolgendosi all’arnese che sta sorreggendo con la destra:
RENZO Poveretto anche tu! Credevi di avercela fatta, l’altro ieri. Eri già bell’e pronto per la sera delle nozze... e invece Don Abbondio ti ha fatto rincappucciare, con le sue storie. Poi siamo andati a Lecco, e pareva che quel Rugamerda della malora ci avesse insegnato la strada buona... ma nossignore! anche questa ci è andata male; ed ora, chissà quando... ma non aver paura: domani ti porto a Milano, e là vedrai che roba! Che donne!

Ed è una metafora sessuale, rozza ma efficace, quella che esprime – meglio di una lunga descrizione manzoniana e in un modo che al Manzoni era precluso – il sollievo di Renzo quando finalmente è riuscito a mettersi in salvo sulla sponda bergamasca dell’Adda: Renzo fa alcuni passi in salita poi si volta, guarda la riva opposta e quasi rivolgendosi a tutte le autorità costituite, civili, religiose e militari, nonché ai vari protettori e amici, esplode:
RENZO Andate tutti a dar via il culo. (pag. 149)


LETTURE CONSIGLIATE
Piero Chiara, I Promessi sposi di Piero Chiara, Milano, Mondadori, collana Passepartout, poi Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 1996. (I numeri di pagina fra parentesi, citati nel mio commento, si riferiscono a quest’ultima edizione.)
Contiene una bella introduzione di Ferruccio Parazzoli.
Il libro, fuori commercio, è reperibile sul mercato antiquario (Ebay, Maremagnum e anche Amazon).

SITI INTERNET  
Contiene una bella biografia, tratta da:
Federico Roncoroni, Piero Chiara, La vita e le opere, Varese, Nicolini, 2005.
Consultate il sito invece di cercare il libro: l’ultima copia disponibile su Ebay l’ho acquistata io.

 
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