martedì 31 maggio 2016

FARE UNA FILASTROCCA – 13




PARTIRE DAL TITOLO
LA FILA-STRACCA



Qualche anno fa stavo riposando, lasciando andare i pensieri a ruota libera. A un certo punto, provando variazioni sulla parola filastrocca, è saltata fuori una fila-stracca. Che bello! Mi piaceva molto l’idea di una fila-stracca. Titolo bellissimo: valeva la pena di scriverci dietro un’intera filastrocca. Già, ma come? Cosa scrivere? A quei tempi ero ancora alle prime armi, non avevo la pratica di adesso: ci ruminai sopra per una settimana.
Procedetti su due binari separati (ma che poi, alla fine, si riunirono):
1 – cercare tra i miei appunti (appuntatevi sempre idee, battute, rime: non fidatevi mai della memoria!) qualche battuta che facesse riferimento alla stanchezza;
2 – cercare rime in –acca.
1 – La battuta? Trovata: “Ho le anche stanche.” “E i fianchi?” “Anche!”. L’ho elaborata per creare la prima parte, dedicata alla fiacchezza.
2 – Le rime? Trovate anche quelle, soprattutto una, magica: cacca → da usare per il finale. Usai queste rime per creare la seconda parte, dedicata, data la fiacchezza, alle cose da non fare (tranne una, naturalmente!).
È nata così:

LA FILA-STRACCA

Se le gambe senti flosce,
se le cosce sono mosce,
Se i tuoi stinchi sono stanchi,
e anche le anche, e anche i fianchi,
se vuoi battere la fiacca
(od almeno fare patta),
presto detto, è cosa fatta,
non scordar la fila-stracca:

non ti mettere la giacca,
non portare via la sacca,
non andare fino a Sciacca,
non nuotar nella risacca,
non ballare la polacca…

ma comunque fai la cacca!


La fila-stracca
fa parte della raccolta
Sarnus editore, aprile 2012.

Se l’argomento ti interessa, puoi leggere anche:


TI È PIACIUTO?
Condividilo con gli amici usando i tasti sottostanti e soprattutto consigliandolo con Google +1 (tasto g +1). Se consigli i miei articoli con Google +1, migliori il mio posizionamento nel motore di ricerca: grazie in anticipo.

HAI QUALCHE OSSERVAZIONE DA FARE?
Un tuo commento sarà molto gradito.

lunedì 25 aprile 2016

CARLO VITA ovvero VERSI PER VERSI



(Tratto da Rassegna XXXVIII, n. 4-5, 1961, inserto Tempo libero, pag. VI; selezione di poesie del volume Versi per versi, edizione privata, s. d. ma 1958 o seguenti.)




 CARLO VITA
 pseudonimo di
 VITA CARLO FEDELI
 (Verona, 28 luglio 1925 – vivente)

  
Quand’ero bambino, rovistando fra le carte di mio padre – che faceva il veterinario – mi imbattei in una rivista dei primi anni ’60, Rassegna, che ad articoli di divulgazione scientifica e di informazione medica e veterinaria affiancava la trattazione di argomenti artistici e culturali. E così i pezzi dedicati agli sviluppi futuri dell’uso dell’interferone e alla situazione presente del fallout radioattivo nei nostri cieli si alternavano a strani quadri (Guttuso, Dubuffet, ecc.) e ad architetture modernissime (l’appena costruito Segram Building, la futura torre dell’Expo di Seattle).
Allora non me ne rendevo conto, ma fra i collaboratori comparivano nomi d’eccezione: un giovane Umberto Eco (presentato come un giovane professore di estetica ed esperto di zen, Rassegna XXXIX, n. 5, 1962, inserto Tempo libero, pag. III) commentava le novità teatrali, e non solo; un già affermato Dino Buzzati (che, rifiutando la qualifica di pittore della domenica, si autodefiniva pittore del mercoledì, Rassegna XXXVIII, n. 4-5, 1961, inserto Tempo libero, pag. 61) si occupava, con un certo ironico distacco, di arte moderna.
Proprio in quest’ultimo numero di Rassegna, sempre nell’inserto Tempo libero, a pag. VI, comparivano le poesie di Carlo Vita che avete trovato all’inizio di questo post. Leggendole da ragazzino non potevo cogliere i rimandi scherzosi a poesie famose; mi piacque molto invece la profferta amorosa dell’Otorino appassionato.
Qualche giorno fa, cercando gli articoli di Eco, quelle poesie mi sono ricapitate sotto gli occhi: serendipità. Belle, mi sono detto, sembra Gino Patroni; ma chi è questo Carlo Vita?

A cercare in Internet si trova ben poco: qualche riga in Wikipedia e la voce biografica de Il Canneto Editore; se si ha fortuna si scopre, nel sito di academia.edu, un articolo di Massimo Bacigalupo. Scopriamo che, giornalista passato poi alla comunicazione aziendale, si è occupato, nel tempo libero, di amabili fanfaluche (parole sue): libri di versi (scherzosi o seri), dipinti incisioni e illustrazioni, oltre a una biografia del padre, primo sindaco della Verona nel dopoguerra.
Si tratta prevalentemente di edizioni private, stampate in poche copie per gli amici, quasi tutte pubblicate dopo i settant’anni: uno scrittore semisconosciuto, dunque.

Il libro più interessante, dal mio personalissimo punto di vista è proprio quel Versi per versi antologizzato in Rassegna, così presentato dall’autore:

Questi versi sono stati composti nella primavera del ’58 in bagno e sul lavoro, non essendosi ancora dischiuse all’autore – a quel momento estraneo all’industria – le meraviglie del tempo libero.

È un’edizione privata: tanto privata che l’autore non è indicato in copertina né col vero nome, né col nome d’arte, ma col soprannome con cui lo chiamavano gli amici: Popi.
La copia in mio possesso reca la seguente dedica:

A Normanna
e Vasco
con affetto
l’autore

L’autore! Invece di firmare col suo nome, scrive l’autore! Mi ritrovo con un libro con dedica autografa senza autografo: si possono immaginare dei versi più perversi (tuttoattaccato)? 

Ma c’è anche una dedica a stampa, rivelatrice:

A Gino P.
tornato da La Spezia

Dove Gino P. sta a indicare senza dubbio Gino Patroni: l’affinità con le sue poesie è evidente. (Per leggere i miei post su Gino Patroni clicca qui, qui, e qui.)
Come in Patroni troviamo una poesia che parodizza la poesia ermetica, estremizzandone la frammentazione in versi irregolari, che diventano estremamente brevi; e come in Patroni troviamo un uso parco della rima.
Come in Patroni troviamo giochi di parole, anche se Vita non ne fa l’uso ossessivo e insistito di Patroni:

DRAMMA AL CIRCO

L’uomo serpente
è morto
in giornata
vittima
della sua
ambizione
snodata.


ONORIFICENZA

Al cavalier
Rapetti
(Ufficio Quarto)
colpito
da infarto
daranno
(giusto onore)
la medaglia
al malore.

Come in Patroni troviamo doppi sensi: un esempio è ODIO IL POMPIERE, citato all’inizio di questo post. Eccone altri:

SOCIALITÀ

Da oggi
cari operai
(anzi,
miei figli!)
voglio farvi
partecipi
di utili
consigli.


PRECOCITA’

Di buon’ora
si leva
la donzella
camicia
e sottanella.

Come in Patroni, troviamo la tecnica dell’annuncio: in Patroni è il finto titolo di giornale, in Vita è il finto annuncio economico; un esempio è quello del ragioniere, citato alla voce ANNUNCI ECONOMICI all’inizio di questo post. Eccone un altro:

Vedova
bella
presenza
cederebbe
anche
subito
a dolce
violenza.

Come in Patroni troviamo la citazione di versi celebri e l’uso della tecnica umoristica dell’abbassamento del tono; un paio di esempi, citati all’inizio di questo post, sono:

DOPO L’EPOPEA

Riferimento: Luigi Mercantini, La spigolatrice di Sapri, 1857.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti.
[…]


SVENTOLE A TINDARI
Riferimento: Salvatore Quasimodo, Vento a Tindari, in Acque e terre (1930).

Tindari, mite ti so
[…]


Ecco altri esempi:

MANZONIANA

Soffermati
sull’arida
sponda
guardiamo
una bionda.

Riferimento: Alessandro Manzoni, Marzo 1821, 1821, ode pubblicata nel 1848.

Soffermati sull’arida sponda
Vòlti i guardi al varcato Ticino,
Tutti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell’antica virtù,
Han giurato: non fia che quest’onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l’Italia e l’Italia, mai più!

[…]


LA CASA DEI DOGANIERI

Tu
non ricordi
la casa
dei doganieri.
Tu
non ricordi
perché
non c’eri.

Riferimento: Eugenio Montale, La casa dei doganieri, dalla raccolta di poesie La casa dei doganieri e altri versi (1932), poi confluita in Le occasioni (1939).

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

[...]

(Si noti il ruolo fondamentale della rima, che conferisce un carattere di necessità alla chiusa inaspettata.)

Come in Patroni, l’abbassamento può essere ottenuto non solo completando, ma anche modificando un verso celebre (ricordiamo la parodia di Patroni del verso di Quasimodo Ed è subito sera: Ed è subito pera). Ecco un caso in cui l’abbassamento va oltre l’umorismo, diventando evocazione di un dramma collettivo:

PENSIERO DI GUERRA

Verrà
la morte
e avrà
i pidocchi.

Riferimento: Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, poesia pubblicata postuma, 1951.
Il procedimento vale naturalmente anche per episodi e frasi famose, che Vita non cita, ma sottintende:

VAE VICTIS

Brenno
gettò
sul piatto
della dura
bilancia
la sua spada
e disse: 
– Me la incarti –.

Riferimento: Brenno, capo dei Galli che sconfissero nel 390 a. C. i Romani, alle loro proteste perché venivano usati pesi falsi per misurare l’oro del riscatto, gettò la sua spada sulla bilancia, nel piatto dei pesi, gridando: “Vae victis!” (“Guai ai vincitori!”).
 

COMPLIMENTI


Dopo
di lei
prego, 
Diluvio. 

Riferimento: Après nous, le déluge (= dopo di noi, il diluvio), frase attribuita a Madame de Pompadour, amante di luigi XVI.

Come in Patroni, troviamo talvolta l’abbandono al puro divertimento, al nonsense:

CAMPAGNA DI RUSSIA
Napoleone,
Napoleone,
hai tanto freddo
senza maglione?


S.O.S.

Mi
si
è
rotto
il
pache-
botto!


RICORDI D’INFANZIA

L’albero
che spalanca
le sue finestre
verdi
sul cortile
mi ricorda
la mia
casa infantile
Ma è solo
una strana
illusione
perché
la mia
casa lontana
aveva
finestre marrone.

(La poesia consta di due sole frasi: si noti come l’accatastamento delle parole in versi brevissimi – in luogo della lineare esposizione in prosa – ne frammenti la lettura, prolungando l’attesa e posticipando la sorpresa finale.)
L’esito può essere straniante e poetico:

PAESAGGIO ITALIANO

Una vecchia
città
sdraiata
sul sofà.

Come in Patroni, non mancano momenti di amarezza:

O ROMA O MORTE 

Ed or
che spalancate
son tutte
le tue porte
penso
che forse meglio
era sceglier
la morte.


AUTUNNO

Ricadono le colpe dei padri
lentamente sulle colpe dei figli
e le colpe dei figli
sulle colpe dei padri
e delle madri
nelle sere autunnali.
Ricadono lentamente le colpe
da tutte le parti
con le loro stanche ali
ed io voglio dirti,
ragazzo che ti meravigli,
che questo accade
dentro e fuori dei caffè
semplicemente perché
noi siamo tutti figli,
padri e madri
di poveri ladri.

Ma in Vita troviamo anche momenti poetici più sereni; si veda IL MARE, che nel libro è collocato subito dopo LA CONCHIGLIA:

LA CONCHIGLIA

Questa conchiglia
sul mio tavolino
è un omaggio.
Dentro si sente
il bollettino
per le navi
di piccolo
cabotaggio.


IL MARE

Se sai
ascoltare
anche
in una scarpa
si sente
il mare.


Ma se c’è questa straordinaria affinità fra i due poeti-umoristi, perché Patroni ha continuato per tutta la vita a produrre questo genere di poesia e Vita invece ha smesso subito? Versi per versi rappresenta infatti un unicum nella produzione di Carlo Vita (per quello che ne so: non ho potuto consultare Hai q?, 2003, Figure, probabilmente, 2005 e Illusioni ottime, 2006).
Forse a inaridire questa vena fu il passaggio all’industria, che gli dischiuse le meraviglie del tempo libero. E la poesia, si sa, si scrive a tempo perso, non nel tempo libero. (O si scrive quando il tempo libero è tanto: e infatti quasi tutti i libri di Carlo Vita sono stati pubblicati in tarda età, dopo la pensione.)
O forse fu colpa dei bagni: nell’industria, chissà, erano meno accoglienti (o sempre occupati).


LETTURE CONSIGLIATE

Io vi consiglierei il primo libro, Versi per versi; ma, ahimè, è introvabile: l’unica copia reperibile su Internet l’ho acquistata io. Se lo trovate in qualche mercatino o in qualche libreria antiquaria, non fatevelo sfuggire.

SITI INTERNET
Pagina di Wikipedia dedicata a Carlo Vita.

http://www.cannetoeditore.it/autore/carlo-vita/ 
Articolo di Massimo Bacigalupo su Carlo Vita, con alcuni inediti. Se seguite la procedura di iscrizione ad academia.edu potete scaricare l’articolo (in formato Pdf) e leggerlo.
 

TI È PIACIUTO?
Condividilo con gli amici usando i tasti sottostanti e soprattutto consigliandolo con Google +1 (tasto g +1). Se consigli i miei articoli con Google +1, migliori il mio posizionamento nel motore di ricerca: grazie in anticipo.

HAI QUALCHE OSSERVAZIONE DA FARE?
Un tuo commento sarà molto gradito.

giovedì 31 marzo 2016

COLETTE ROSSELLI ovvero PRIME RIME PER SUSANNA




(Immagine tratta da Prime rime di Susanna, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2a edizione, dicembre 1967. La 1a edizione è del dicembre 1958.)


 

COLETTE ROSSELLI
nome assunto da
COLETTE CACCIAPUOTI
(Losanna, 25 maggio 1911 – Roma, 9 marzo 1996)
si notino le rose in tinta col vestito.)


Non ti piace il tuo cognome? Se sei un uomo, ahimè, te lo tieni; se sei una donna invece, ti sposi e prendi quello del marito. Ma se ti separi o divorzi? Che importa? Fai finta di niente e continui a usarlo lo stesso.
È così che Marta Vacondio è diventata e rimasta Marta Marzotto.
È così che Maria Elide Punturieri, detta Marina, è diventata e rimasta prima Marina Lante della Rovere e poi Marina Ripa di Meana.
Ed è così che la raffinata Colette Cacciapuoti, non sopportando lo scontro fra lo charme internazionale del suo nome francese e il sapore schietto del suo cognome regionale è diventata e rimasta Colette Rosselli, anche dopo essersi risposata con Indro Montanelli.

Non vi dice niente questo nome? Quando l’ho trovato, qualche tempo fa, in uno scaffale di libri usati, sulla copertina di un libro di filastrocche degli anni ’50, ho avuto un moto di sorpresa. Perché mi pareva di ricordare che Colette Rosselli fosse il vero nome – indovinate di chi? – di Donna Letizia, la maestra di buone maniere per antonomasia, che aveva dispensato i suoi consigli nella rubrica di galateo Il saper vivere prima su Grazia, dal 1953, e poi su Gente, dal 1978 al 1984. Che dire? Dalle bambine alle signore, dal bonbon al bon ton. Il libro era Prime rime per Susanna: le filastrocche erano graziose, anche se, per noi che siamo cresciuti leggendo Rodari, oggi appaiono un po’ leziose. I disegni però erano molto belli, ma nel libro non c'era traccia del nome dell’illustratore. Il motivo lo scoprii più tardi: erano della stessa autrice!

Appresi così che quello di Donna Letizia era solo uno dei volti di un personaggio poliedrico: fu scrittrice e giornalista, ma anche illustratrice e pittrice.
Di famiglia agiata e cresciuta in un ambiente internazionale, di cultura francese e di religione protestante (nacque a Losanna, da padre napoletano e madre inglese), questa signora dai modi aristocratici cominciò proprio con i libri per bambini.
Nacquero così: Il primo libro di Susanna, Il secondo libro di Susanna, Il terzo libro di Susanna (in prosa) e Prime rime per Susanna (in rima); seguirono poi altri libri per bambini.
I primi due libri, pubblicati nel 1941 e nel 1942, furono firmati col solo nome, italianizzato, di Nicoletta. Possiamo immaginare il perché: sotto il fascismo tutto doveva essere italianissimo; in quanto al cognome poi, era quello dei fratelli Rosselli (di cui il marito era cugino), che il governo fascista aveva fatto ammazzare.
La sua attività di illustratrice si estese anche all’illustrazione di libri altrui: ricordiamo, per esempio, Il cestello di Angiolo Silvio Novaro. Smise perché era sottopagata; e fu un vero peccato, perché era un’illustratrice molto brava, dal segno elegante ed espressivo.

Perché parlo di Colette Rosselli in questo blog dedicato ai giochi di parole? Perché, fra le filastrocche di Susanna ce n’è una, La giraffa Genoveffa, che è tutta giocata sulle allitterazioni basate sulla doppia “F”:

afa
sbuffa
Genoveffa
giraffa
soffia
uffa
s’arruffa
goffa
buffa
baffi
beffa

Oltretutto la filastrocca è illustrata da una bella tavola dove la povera giraffa, prostrata dal caldo, è incastrata a forza nel formato per lei troppo ridotto della pagina del libro.
Un vero pezzo di bravura, sia dal punto di vista testuale che grafico: tanto di cappello, Nicoletta; anzi: chapeau, Colette.
Un’ultima notazione: se la signora Cacciapuoti – pardon: Rosselli – firmando il libro aveva ormai potuto abbandonare il nome italiano Nicoletta per tornare al francese Colette, non altrettanto avrebbe potuto fare Genoveffa la giraffa: perché, diventando Geneviève, il suo nome sarebbe stato più charmant, ma la filastrocca non avrebbe più funzionato.


LETTURE CONSIGLIATE
Tutti i libri per bambini di Colette Rosselli sono fuori commercio. Le copie disponibili sul mercato antiquario sono care, a volte molto care, soprattutto quando si tratta di prime edizioni. Se trovate una buona occasione, vi consiglio di comprare:
Prime rime per Susanna, Milano, Mondadori Editore, 1958.
È l’unica raccolta di filastrocche di Colette Rosselli.
Il cavalier Dodipetto, Milano, Mondadori Editore, 1953.
Romanzo di piacevole lettura, dedicato alle vicissitudini di un distinto signore a cui il gatto ruba la bellissima voce tenorile.

SITI INTERNET
Pagina di Wikipedia dedicata a Colette Rosselli.
N.B.: contrariamente a quanto indicato nelle Opere, Prime rime per Susanna non è la ristampa de Il primo libro di Susanna.

domenica 28 febbraio 2016

FARE UNA FILASTROCCA – 12



PICCOLA GUIDA PRAGMATICA DELLA FANTASIA
ovvero
COME SONO NATE LE MIE FILASTROCCHE





 

USARE IL RIMARIO
LA CHIOCCIOLA

C’è chi si vergogna di usare il rimario (o di ammetterlo...): sembra che il rimario sia “un trucco” che permette anche ai meno abili di trovare una rima. Ma le rime esistono già, nella lingua italiana, prima che noi le cerchiamo: il rimario ci permette di:

1 – abbreviare i tempi;
2 – avere la certezza di aver considerato tutte le rime possibili.

Più un versificatore acquista esperienza, meno sente il bisogno di ricorrere al rimario, è vero; ma una consultazione, anche a posteriori, del rimario, permette di perfezionare, o arricchire, una composizione.

Ma il rimario può, a volte, diventare anche una fonte di ispirazione, rivelando accostamenti tra parole lontane, accomunate solo dalla rima.

Mi è successo ragionando sulla chiocciola e sulla pellicola trasparente che lascia sul suo cammino: le sequenze, trovate nel rimario,
chiocciola, gocciola
e
canicola, graticola, pellicola
hanno generato questa storia.

LA CHIOCCIOLA

Nella graticola
della canicola
lenta la chiocciola
lucida gocciola
la sua pellicola.

Non è una storia particolarmente interessante, e neanche molto credibile (una chiocciola che esce sotto la canicola è una chiocciola che sta tentando il suicidio), ma le rime sdrucciole – tecnicamente difficili (perché rare) e ritmicamente piacevoli (perché saltellanti) – rendono la filastrocca gradevole.


La chiocciola
fa parte della raccolta
Sarnus editore, aprile 2012.


Se l’argomento ti interessa, puoi leggere anche:

FARE UNA FILASTROCCA – 10
FARE UNA FILASTROCCA – 11
FARE UNA FILASTROCCA – 13


TI È PIACIUTO?
Condividilo con gli amici usando i tasti sottostanti e soprattutto consigliandolo con Google +1 (tasto g +1). Se consigli i miei articoli con Google +1, migliori il mio posizionamento nel motore di ricerca: grazie in anticipo.

HAI QUALCHE OSSERVAZIONE DA FARE?

Un tuo commento sarà molto gradito.

domenica 24 gennaio 2016

CAMILLO SCROFFA ovvero IL FIDENZIO CAMILLIFILO E IL CAMILLO FIDENTICIDA

I

Voi ch’auribus arrectis auscultate
in lingua etrusca il fremito e il rumore
de’ miei sospiri pieni di stupore
forse d’intemperantia m’accusate.

Se vedeste l’eximia alta beltate
de l’acerbo lanista del mio core
non sol dareste venia al nostro errore,
ma di me havreste, ut aequum est, pietate.

Hei mihi, io veggio bene apertamente
ch’a la mia dignità non si conviene
perdutamente amare, et n’erubesco;

ma la beltà antedicta mi ritiene
con tal violentia che continuamente
opto uscir di prigion, et mai non esco.

(Camillo Scroffa, in I Cantici di Fidenzio. Con appendice di poeti fidenziani, a cura di P. Trifone, Roma, Salerno editrice, 1981)

Voi che con le orecchie tese ascoltate in lingua toscana il fremito e il rumore dei miei sospiri, pieni di stupore forse mi accusate di intemperanza. Se vedeste l’esimia alta beltà dell’acerbo torturatore del mio cuore, non solo perdonereste il nostro errore, ma avreste di me, com’è giusto, pietà. Ahimè, vedo con chiarezza che alla mia dignità non conviene amare perdutamente, e ne arrossisco; ma la beltà anzidetta mi trattiene con violenza tale che continuamente desidero uscire dalla prigione, e non esco mai.


 
I


Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono, 

del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono. 

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno; 

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

(Francesco Petrarca, in Canzoniere, a cura di R. Antonelli, G. Contini e D. Ponchiroli, Torino, Einaudi, 1968)


 
II


Ne i preteriti giorni ho compilato
un elegante et molto dotto opusculo
di cui, Camillo, a te faccio un munusculo,
ben ch’altri assai me l’habbia dimandato.

Leggilo, et se ti fia proficuo et grato,
come io so certo, fa’ ch’il tuo pettusculo,
pur troppo, hoimè, pur troppo duriusculo,
di qualche humanità sia riscaldato.

Hei, hei Fidentio, hei Fidentio misello,
che dementia t’inganna? ancora ignori
ch’il tuo Camil munusculi non cura?

Non sai ch’in vano il suo adiutorio implori,
perché è una mente in quel corpo tenello
d’una cote caucasea assai più dura?

(Camillo Scroffa, in I Cantici di Fidenzio. Con appendice di poeti fidenziani, a cura di P. Trifone, Roma, Salerno editrice, 1981)
 
Nei giorni passati ho compilato un opuscolo elegante e dottissimo che offro a te, Camillo, come piccolo dono, benché altri me l’abbiano domandato insistentemente. Leggilo, e ti sia proficuo e gradito, come io so per certo; fa’ che il tuo piccolo petto, purtroppo, ohimè, purtroppo duretto, sia riscaldato da un po’ di umanità. Ehi, ehi Fidenzio, ehi Fidenzio miserello, quale pazzia t’inganna? ignori ancora che il tuo Camillo non si cura di regalucci? Non sai che implori invano il suo aiuto, perché in quel corpo tenerello c’è una mente molto più dura di una pietra del Caucaso?




CAMILLO SCROFFA (o SCROFA)
(Vicenza 1527 o 1526 – 1565 o 1576)
(Immagine: Biblioteca Civica Bertoliana, Vicenza)


Non c’è insegnante, a Vicenza, che non sia passato per borgo Scroffa, perché è la via su cui si affaccia l’Ufficio Scolastico Territoriale di Vicenza (ex Provveditorato agli Studi). Tuttavia ben pochi fra loro sono consapevoli che il nome della via non rimanda a un pittoresco passato contadino fatto di salami e soppresse, ma a un nobile – nonostante il nome ignobile – letterato del Cinquecento, tanto raffinato quanto dimenticato: Camillo Scroffa.

Di lui non sappiamo quasi niente – perfino le date di nascita e morte sono incerte – e quel poco che sappiamo è errato. Infatti l’attività di giureconsulto che gli viene attribuita è dovuta – come notato recentemente da Katharina Hartmann – a un equivoco linguistico nato dalla trascrizione errata di uno scritto di Sebastiano Montecchio (o Monticoli o Monticello). Si tratta di due variazioni nel testo (lo spostamento di Iuri e la trasformazione di aut in ut) minime ma fatali: una cosa troppo bella per non condividerla con voi, miei diletti.
Ecco il testo come viene riportato da diversi studiosi:
Thomae Zanechino non absimilis est alter Thomas Scropha morum suavitate peritia iuris aequiparandus Gregorio Scrophæ legum acutissimo, interpreti tempore Scaligerorum: Quam morum & ingenij praestantiam diebus elapsis vidimus in CAMILLO SCROPHA, non illo quidem, ut alij, Iuri scientiae particulariter addicto, sed tam feliciter per literarum Latifundia vagante, praesertim per Musarum Vireta, ut voces, auresque Principum, Imperatorum oblectentur eius carminibus ad iocum compositis.
“Non è dissimile da Tommaso Zanechino [o Zanecchino] l’altro Tommaso Scroffa, meritevole di essere equiparato per l’amabilità dei suoi modi e per la sua competenza nel diritto a Gregorio Scroffa, profondo conoscitore delle leggi al tempo degli Scaligeri: eccellenza nei modi e nel talento che abbiamo visto in passato in Camillo Scroffa, non dedito come altri alla scienza del Diritto, ma vagante tanto felicemente nei territori della letteratura, soprattutto nei giardini delle Muse, al punto che le voci e le orecchie dei Principi e Imperatori furono dilettate dalle sue poesie composte per gioco.”
Ed ecco il testo originale esatto:
Thomae Zanechino non absimilis est alter Thomas Scropha, morum suavitate, & peritia † iuris aequiparandus Gregorio Scrophę legum acutissimo interpreti tempore Scaligerorum: Quam morum, & ingenij praestantiam diebus elapsis vidimus in Camillo Scropha, non illo quidem Iuri, aut alij scientiae particulariter addicto, sed tàm feliciter per literarum Latifundia vagante, pręsertim per Musarum Vireta, ut voces auresque Principum, & Imperatorum oblectentur eius carminibus ad iocum cõpositis.
“Non è dissimile da Tommaso Zanechino [o Zanecchino] l’altro Tommaso Scroffa, meritevole di essere equiparato per l’amabilità dei suoi modi e per la sua competenza nel diritto a Gregorio Scroffa, profondo conoscitore delle leggi al tempo degli Scaligeri: eccellenza nei modi e nel talento che abbiamo visto in passato in Camillo Scroffa, niente affatto dedito al Diritto o ad altra scienza, ma vagante tanto felicemente nei territori della letteratura, soprattutto nei giardini delle Muse, al punto che le voci e le orecchie dei Principi e Imperatori furono dilettate dalle sue poesie composte per gioco.”

Ma veniamo all’opera.
Il progetto culturale del Rinascimento, basato sul recupero dei valori considerati universali ed eterni della Classicità, non poteva ovviamente prescindere dallo studio del latino. Ma troppo spesso gli alti ideali che avevano ispirato tale studio si infrangevano contro la realtà di un insegnamento basato su esercizi ripetitivi e noiosi, proposti da maestri mediocri e presuntuosi. Nasce così in Italia, nel Cinquecento, la figura satirica del pedante: Il pedante, il maestro di scuola presuntuosamente fiero delle sue cognizioni e portato a parlare una lingua infarcita di latinismi, quale prodotto tardivo e scadente dell’Umanesimo fu invenzione non peregrina, e se Francesco Belo prima, poi l’Aretino nel Marescalco e altri, dal Bruno al Della Porta, fecero del pedante un personaggio di commedia, ciò avvenne per quel rispetto del vero che è uno dei migliori requisiti del teatro comico cinquecentesco. (Bonora, Il classicismo dal Bembo al Guarini)
È in questo filone satirico che si inseriscono I Cantici di Fidenzio Glottochrysio (= Lingua d’oro) Ludimagistro (= Maestro di scuola) di Camillo Scroffa: 20 componimenti poetici nei quali Fidenzio, in prima persona, ci confida le sue pene amorose. Pene amorose, si badi bene, causate da un allievo – Camillo – che rifiuta le sue profferte!

Avete notato che l’allievo ha lo stesso nome dello scrittore? L’operazione ha tutta l’aria di una vendetta postuma perpetrata da Camillo Scroffa nei confronti dei professori che lo avevano torturato, da giovane, con lo studio del latino.


Elemento immediatamente distintivo della figura cinquecentesca del pedante è l’eloquio infarcito di termini latini e di latinismi: la satira perciò si svolge anche – o meglio soprattutto – a livello linguistico.
Ma per capire fino in fondo il meccanismo dell’operazione parodistica – dello Scroffa come degli altri letterati che si presero gioco dei pedanti – è però necessario fare una premessa. I latinismi dei letterati rinascimentali appartengono quasi sempre a due categorie:
a – latinismi creati per colmare un vuoto del sistema lessicale;
b – voci preesistenti – di origine popolare o dotta – che però assumono una sfumatura di significato o di espressione differente.
Si tratta dunque di latinismi derivanti da necessità reali.
Non è così per quasi tutti i latinismi di Fidenzio: i suoi neologismi sono inutili duplicati di voci già esistenti, creati:

a – italianizzando voci latine:
cubile = letto
decentissimo = graziosissimo
devio = che è fuori dalla retta via
poculo = bevanda
testudine = lira, cetra

(È curioso il caso del verbo frequentare, a cui Fidenzio dà il significato “di seguire un corso di studi, assistere regolarmente alle lezioni”, anticipando il significato attuale, che all’epoca il verbo non aveva in italiano.)

b – abusando di prefissi e terminazioni latine (o, nel caso di -filo, greche):
-bundo: expectabundo = che sta aspettando

-cida: fidenticida = uccisore di Fidenzio
-eo: vulpeo = volpino (agg.)
-ficare: soporificare = indurre al sonno
-filo: camillifilo = innamorato di Camillo
-itudine: contitudine = informazione, notizia
-peta: sublimipeta = che tende ad altezze sublimi, eccelso
 

semi-:
semiexposito = esposto/dichiarato a metà 
semimortuo = mezzo morto, quasi spento
 

-ulo/a:
Camillulo = Camilluccio
crinulo = capelluccio
genula = gotuzza, piccola gota
gut(t)ula = gocciola
tranquillulo = un po’ tranquillo 

-usculo:
blandiusculo = alquanto allettante/adulatorio
puntusculo = puntino
verbusculo = paroletta 

Nel caso del testo dello Scroffa le citazioni latine sono ridotte al minimo, mentre invece dilagano i latinismi: ne nasce una lingua poetica estremamente artificiosa, ridicola esibizione di vacua e inutile erudizione. L’idea di trasportare la figura del pedante dalle tavole del palcoscenico ai libri di poesia avrà un successo tale da dare origine a un genere: la poesia fidenziana.

La presa in giro non si limita però solo ai contenuti: al testo esplicito dei sonetti si affianca un sottotesto parodico. Nel proemio (Voi ch’auribus arrectis auscultate) Fidenzio ricalca quasi alla lettera il proemio del Canzoniere di Petrarca, declassandone però:

a – il contenuto
Petrarca → Fidenzio 

l’amore puro per Laura → la passione immorale per Camillo

b – e il tono:
Petrarca → Fidenzio

ascoltate → auribus arrectis auscultate

il suono → il fremito e il rumore
mi vergogno → n’erubesco

La stessa citazione virgiliana (Eneide, I, 151) auribus arrectis subisce un abbassamento: nell’originale la flotta di Enea, colta da una tempesta, drizza le orecchie per ascoltare le urla di Nettuno; nel sonetto di Fidenzio le drizziamo noi per ascoltare le confidenze morbose di un adulto che concupisce un ragazzino.
La satira di Scroffa dunque, oltre a colpire esplicitamente la pedanteria, si prende implicitamente gioco dei petrarchisti a lui contemporanei, che perpetuavano pedissequamente il loro modello con un lessico antiquato e stucchevole.

Ma non finisce qui: esiste anche un sottotesto osceno.
La maggior parte dei componimenti di Fidenzio sono in versi sdruccioli; secondo Adams il verso sdrucciolo ha un sottinteso osceno, perché, nella metrica classica, corrisponde al piede dattilo: una sillaba lunga e due corte, che simboleggiano il pene e i due testicoli. Vi immagino perplessi, miei diletti, e allora vi do lo schema grafico: — ∪ ∪. È più chiaro adesso?
Prendiamo in considerazione il sonetto Ne i preteriti giorni ho compilato.
Secondo Toscan il sotottesto racconta che Fidenzio ha fatto molte esperienze “normali” e offre il suo servizio ora a Camillo, benché sia molto richiesto anche da altri. Chiese a Camillo di prendere in mano l’”opuscolo” e se gli piace, spera che anche l’organo di Camillo si “accenda”. (Katharina Hartmann)
Se queste ipotesi vi sembrano cervellotiche e azzardate, date un’occhiata ai versi 2, 3, 6, 7 e osservate le loro terminazioni: opusculo, munusculo, pettusculo, duriusculo; c’è bisogno di aggiungere altro?

E ora che abbiamo toccato – in tutti i sensi – il fondo, possiamo tornare al discorso iniziale: quando le autorità decisero di costruire il Provveditorato agli Studi di Vicenza proprio in borgo Scroffa, si rendevano conto che quella meta di pellegrinaggio, quella Mecca degli insegnanti, si sarebbe affacciata su una via dedicata al cantore di un professore pedofilo? 


SITI INTERNET 

http://www.logospoetry.org/document.php?document_id=54552&code_language=IT 
Pagina di Logos Library col testo digitalizzato dei Cantici di Fidenzio.

LETTURE CONSIGLIATE

– Hartmann, Katharina, I Cantici di Fidenzio di Camillo Scroffa e la pluralità dei mondi – Il canone classico, l’eredità del Petrarca e la tradizione giocosa, V&R unipress in Göttingen, Bonn University Press, 2013.
È lo studio più recente e approfondito sull’opera di Camillo Scroffa.

– Trifone, Pietro (a cura di), Camillo Scroffa – I Cantici di Fidenzio – con appendice di poeti fidenziani, Roma, Salerno Editrice, 1981.
Lo raccomando per le note e il glossario; purtroppo è esaurito e quasi introvabile sul mercato antiquario.

– Waquet, Françoise, Latino – L’impero di un segno (XVI-XX secolo), Milano, Feltrinelli, 2004.
A chi volesse approfondire la seconda vita del latino, come lingua morta, consiglio vivamente questo libro che ripercorre la storia culturale del latino dal Rinascimento a oggi, con dovizia di aneddoti (il che non guasta).


TI È PIACIUTO?
Condividilo con gli amici usando i tasti sottostanti e soprattutto consigliandolo con Google +1 (tasto g +1). Se consigli i miei articoli con Google +1, migliori il mio posizionamento nel motore di ricerca: grazie in anticipo.

HAI QUALCHE OSSERVAZIONE DA FARE?
Un tuo commento sarà molto gradito.